Antologia: cinque critici d'arte parlano di Michele Dixit - Michele Dixit tra ritratti, paesaggi, nature morte e disegni

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Antologia: cinque critici d'arte parlano di Michele Dixit

Marina Giordano

Ritratto di un artista
I ricordi e le storie di Michele Dixit, la sua voce accorata, i toni commossi le battute spiritose ormai rimangono soltanto nella mente di chi li ha ascoltati e nei nastri registrati delle conversazioni avute con lui in lunghi pomeriggi di lavoro, ai tempi della catalogazione del suo corpus pittorico, svolta tra il 1999 ed il 2001. In quelle occasioni, senza nemmeno attendere il "LA" di una mia domanda , cercava di farmi rivivere tempi assai lontani: gli esordi in Accademia prima come allievo e poi come docente, la folgorante visita di Felice Casorati ed il suo incontro con lui, le lezioni di Ernesto Basile, di Ettore Maria Bergler e di Campini, la guerra, i dolori e le gioie di un'esistenza lunghissima… Rimangono articoli, interviste e saggi scritti, parole incise su nastro o nella memoria di chi lo ha amato , e soprattutto restano i volti e i paesaggi fissati nelle sue opere, perché Michele Dixit non è arrivato a festeggiare il 95° compleanno, ma se n'è andato pochi mesi prima, con la discrezione con cui era sempre vissuto, il 20 febbraio 2003. La sua ultima , gioiosa e commossa uscita pubblica era stata quasi un anno prima, in occasione dell'inaugurazione della mostra di palazzo Ziino, che ho avuto la fortuna di curare, un omaggio doveroso della città verso l'ultimo protagonista ancora vivente di quella generazione di pittori palermitani formatisi nei primi decenni del '900 - da Guttuso a Lia Pasqualino Noto, da Pippo Rizzo a Eustachio Catalano - che hanno dato un contributo fondamentale all'arte siciliana del XX secolo.

Nell'amore di Michele Dixit per la figura umana e nella reiterata pratica del ritratto nel corso della sua carriera di pittore, si concentra quell'interessante sovrapposizione di piani, quell'incrocio tra vicenda personale, bagaglio formativo e temperie colturale che, quando risolti in felice sintesi, come nelle creazione del periodo in esame, rendono l'opera di un artista particolarmente affascinante.
Attraverso i suoi quadri, nel caso particolare tramite il carosello di volti e figure che egli ci propone, è possibile intravedere, infatti, i suoi modelli di riferimento, i retaggi degli insegnamenti dei maestri e i "tradimenti" effettuati nei confronti di quest'ultimi per intraprendere il proprio percorso di maturazione autonoma, ma anche i personaggi che lo hanno affiancato, per le poche ore di una seduta di posa, per anni o per tutta la vita, il suo microcosmo personale, attori e ambienti della sua quotidianità; ancora, un atteggiamento più generale di forte attaccamento e rivalutazione nei confronti della figura, tipico della visione del tempo. […]
Le radici di questa attitudine al ritratto ed al quadro di figura, che si manifesta come indagine a tutto tondo dell'universo del pittore - immagini di modelle e modelli, donne amate, membri della famiglia, se stesso, infine - tematica e iconografia molto care a quasi tutti i pittori italiani del tempo, affondano per Michele Dixit molto più indietro agli inizi della sua vicenda biografica, prima che artistica, quando, piccolissimo , alla classica domanda degli adulti " cosa vuoi fare da grande ", egli risponde, senza esitare:" il pittore ". Ciò perchè questi poteva, secondo lui, fare qualunque cosa, fissare su una tela un paesaggio, ma ancor più un bel volto, uno sguardo intenso, un affetto, vedere ciò che gli altri non vedono e allo stesso tempo, eternare la realtà. […]

(dal catalogo 2002 della mostra "Ritratti 1927-1942")

Michele Dixit nel suo studio, 1985
Michele Dixit nel suo studio, 1985
Michele Dixit con Marina Giordano nel 1999
Michele Dixit con Marina Giordano nel 1999 alla Pinacoteca di Marsala
olio 1939 di Michele Dixit
La Cala a Palermo, 1939
olio su tavola di Michele Dixit
Villa Palagonia a Bagheria, 1947

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Sergio Troisi

Dixit, artigiano della pittura
Nel 1932 Michele Dixit dipinse un autoritratto dinanzi al cavalletto: in mano pennelli e tavolozza, alle spalle, appesi alla parete due quadri visibili solo parzialmente, indosso un grande camicione color cenere. In quel compendio degli strumenti propri del pittore, Dixit (il nome assunto abbreviando l'anagrafico Dixitdomino) assemblava una dichiarazione di fiducia al mestiere e all'esercizio artigiano della pittura con cui sarebbe stato coerente per tutta la sua lunga esistenza.
A quella data, l'artista palermitano aveva ventiquattro anni [...], e apparteneva quindi a quella generazione nata nei primi anni del secolo che tentava un rinnovamento della tradizione ottocentesca, ancora in gran parte dominante nel gusto e negli insegnamenti dell'Accademia. Già conclusa senza troppe scosse la breve ondata dell'avventura futurista siciliana, il riferimento principale era rappresentato dal compromesso novecentista: sguardo rivolto alla tradizione nazionale da un lato, e dall'altro una nettezza disegnativa e una impaginazione architettonica esplicitamente moderna e razionalista. Non a caso, in quell'autoritratto, occhieggia dai dipinti del
fondo un volto che ricorda molto da vicino i modi di un maestro, Felice Casorati, che Dixit aveva avuto la possibilità di conoscere occasionalmente durante i corsi all'Accademia e che ricordava sempre insieme all'insegnamento di Ettore de Maria Bergler come un tassello importante della sua formazione. Per buona parte degli anni Trenta, il novecentismo rimase la grammatica base della pittura di Dixit, così come per molti altri pittori siciliani a lui coetanei: un novecentismo ormai declinante nel resto del paese, modulato così da smussarne le asperità che irritavano i difensori della tradizione.
[…]mano a mano che ci si avvicina alla metà del decennio, la pulizia del disegno viene progressivamente sfumata dalla contenuta vibrazione del colore e della luce, come in quel "Ritratto al balcone" del 1933 dove la figura femminile in rosso è seduta dinanzi al paesaggio di Palermo inquadrato dall'alto di Boccadifalco, nella chiara luminosità di un pomeriggio primaverile. Nessuna inquietudine increspa i volti dei personaggi né la stesura di questi dipinti, saldando così la posa quieta e convenzionale delle figure al discreto sottotono della maniera pittorica. [...]
Il dopoguerra sancisce invece un crescente isolamento, e l'attestarsi di molti artisti di quella generazione su una linea difensiva, interna alla tradizione della pittura moderna ma aliena da avventure e sperimentalismi. Gli anni Cinquanta (ma anche i decenni successivi, sin quasi alla scomparsa avvenuta nel 2003) sono così per Dixit caratterizzati da una continua variazione intorno ai temi da sempre prediletti: i ritratti, i paesaggi del Palermitano, ma anche alcune scene di genere popolare ("Cantastorie", "Venditore di tonno", "Indovina ventura") dove i riferimenti iconografici vengono rintracciati nella antica pittura seicentesca, le nature morte composte dagli oggetti di ogni giorno.

(da La Repubblica del 2-10-08)

Autoritratto olio di Michele Dixit
Autoritratto del 1932
Gli scolari (particolare) di Felice Casorati
Gli scolari di F.Casorati (particolare)
Ritratto al balcone olio di Michele Dixit
Ritratto al Balcone, 1933
Cantastorie olio di michele dixit
Cantastorie, 1949
Venditori di tonno olio di Michele Dixit
Venditore di tonno, 1956

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Enrico Crispolti

Situare Dixit
Qualche riflessione rivolta all'indubbia particolarità del susseguirsi di comparizioni sulla scena della situazione artistica siciliana della prima metà del XX secolo può suggerire l'occasione della proposta di una rilettura […] della vicenda di un pittore singolare quale è stato Dixit.
Che in tale contesto, fra anni Venti-Trenta e primi decenni della seconda metà del XX secolo (ma certamente in prima maturità), ha vissuto un proprio destino direi tipicamente da artista "di situazione", attraverso il riscontro ad un'autentica disposizione a modi di figurazione sostanzialmente d'intenzione narrativa. Mi sembra infatti che il primo e sicuramente più forte configurarsi del suo percorso pittorico sia avvenuto partecipando di quel piuttosto protratto congiunturale slittamento, del tutto caratteristico alla situazione artistica siciliana, fra attenzioni a suggestioni formali di un clima indubbiamente "novecentesco", svolte in un istintivo stupore vagamente d'accento "purista", e il subentrare tuttavia, per interna genesi dialettica, d'intenzioni diverse d'accentuazione di modi di "sincerità" espressiva, manifestate in formulazioni svarianti da accensioni di lirismo a sfoghi di tensione espressionista. Vale a dire attraversando una congiuntura entro la quale confluivano di fatto quasi pariteticamente posizioni di ricerca che altrove, nel continente risultavano dichiaratamente antagoniste quanto certo più cadenzate in successione temporale. […] Questo lo slittamento congiunturale al quale accennavo, ed entro l'orizzonte del quale compare in scena il giovanissimo Michele Dixitdomino. Che esordisce prendendo parte nel marzo del 1931 alla Mostra di 10 Giovani Artisti Siciliani promossa dal Sindacato Regionale di Belle arti, nel Circolo Artistico di Palermo, su scelte di Pippo Rizzo, effettivo talent scout nella situazione siciliana; fra i quali giovani erano anche Guttuso stesso e Giovanni Barbera. […] All'esordio degli anni Trenta poco più che ventenne, in dipinti sia di figura sia di paesaggio, Dixit vive un'esperienza di lirica compostezza rappresentativa che sembra ricavarsi entro una solidità d'immagine di matrice "novecentista" una particolare affabilità nel riscontro rappresentativo, declinato lungo quel decennio in una sfera di raccolti domestici sentimenti, fra intimità di ritratti e scene di maggiore articolazione (come nel caso di La mia famiglia del 1935). Sino a recuperare, alla fine dei medesimi anni Trenta, tentazioni nuove di candore "puristico". E sono i termini nei quali si afferma nella IX Sindacale siciliana, nel 1939, apprezzato da Antonio Maraini, aprendosi la via alla Biennale veneziana dell'anno seguente, sia alla III Mostra Nazionale Sindacale a Milano nel 1941.
E' una visione idealizzante che l'esperienza drammatica degli anni di guerra al fronte, certamente incrina a favore di una assai diversa discorsività d'affezione naturalistica nei più frequenti paesaggi degli anni liguri, subentrandovi poi, ritornato a Palermo, un generoso impegno di svelta figurazione oscillante fra toni lirici evocativi in ritratti, a volte incantati, e descrizione di situazioni di lavoro e di vita popolare, e altri paesaggi. […]
Sono i binari entro i quali con un generoso impegno Dixit di fatto, appunto, opera dal secondo dopoguerra almeno agli anni Ottanta. Che poi è il Dixit pittore di cavalletto, in certa misura "intimo", assai diverso da quello invece, in certo modo "pubblico", frequentemente intento in imprese murali e musive di carattere "sacro" (oltrechè impegnato in imprese di restauro musivo di monumenti murali normanni siciliani, fra Palermo, Monreale, Cefalù). Un artista "di situazione", chiaramente di localizzato contesto, appunto Dixit, in quanto la sua presenza non rimuove né insidia particolari situazioni attraversate, piuttosto le rappresenta partecipandone, seppure attraverso modi d'una defilata misura di nicchia ceramente assai personale.

(dal catalogo 2002 della mostra "Ritratti 1927-1942")

La mia famiglia olio di Michele Dixit
La mia famiglia, 1935
La raccolta delle olive olio di Michele Dixit
La raccolta delle olive, 1938
Il perdono olio di Michele Dixit
Il perdono, 1935
Uomo nel paesaggio olio di Michele Dixit
Uomo nel paesaggio, 1937
Marianna e la figlia Meri olio di Michele Dixit
Marianna e la figlia Meri, 1938

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Franco Grasso

Un secolo di pittura
Michele Dixitdomino, amico di sempre. Non saprei dire dove e quando ci siamo conosciuti, tanto assiduo, sin dal passato è stato il succedersi dei nostri incontri.
Ho seguito il suo intero percorso: gli splendidi paesaggi dell'isola e della Liguria, i fedeli ritratti, le vaste composizioni dettate dal vero o dalla fervida immaginazione. Ho presentato molte delle sue mostre, l'ho indotto persino a mutare il suo cognome d'arte, Dixit, breve e conciso.
Queste le prove di un sodalizio resistente al tempo.
Accade tuttavia che alcuni quadri perdano talora il loro normale carattere di espressione figurativa, per assumere a un tratto un più riposto potere evocativo, fonte di memorie che risalgono a giorni a luoghi a vicende del nostro passato.
Sul filo dei ricordi eccomi in via De Spuches, sede di atelier vecchi e nuovi. Da uno stretto cortile si accede a tre luoghi attigui, allora sotto il cielo, all'aria e alla luce. Questo il mio studio dove Dixit viene a trovarmi […]. L'atelier era un porto di mare: studenti, maestri, modelle, giovani antifascisti in riunioni clandestine. Dixit, ospite assiduo, familiarizzava con tutti, e quando non c'era troppa confusione, ci informava su quanto avveniva all'Accademia e al Liceo Artistico dove insegnava, o ci narrava interessanti episodi della sua prima giovinezza nell'Istituto. […] Nel febbrao del '35 fui arrestato per cospirazione contro il Governo ed inviato al confino insieme a Ciccio Conti e ad altri dodici studenti universitari. Fu una pausa per i nostri incontri con Michele. Ma il covo di via de Spuches, rimasto libero, fu preso in affitto da Dixit e dallo scultore Rosone. E sembrava che alitasse tra quelle mura lo spirito inquieto dei precedenti abitanti. Lo dimostra chiaramente il quadro Autoritratto nello studio: Michele è in piedi, la tavolozza in mano, a ritrarre la modella seduta sulla famosa pedana, indistruttibile. Un altro quadro mostra nello stesso studio, la ragazza dalle lunghe trecce, Alberta Andreoli, che avevamo conosciuto intorno al samovar dei Sellerio. Nella stanza adiacente si intravede una scultura di Rosone in candido marmo: la Nascita di Venere che emerge dalle acque getta il lenzuolo e scopre il suo corpo nudo e provocante.[...]
Caduto il fascismo ci riabbracciammo. L'arte e il cinema vivevano nel clima del nuovo realismo da oltre un decennio. Dixit vi partecipava com le sue scene popolate da personaggi, gruppi di amici, contadini, gente che si affollava nei mercati. […] Ma intanto, parallelamente, il suo spirito di ricerca lo induceva alla creazione di raffinate immagini femminili, autentici capolavori per i preziosi rapporti cromatici: un mazzo di viole in seno ad una fanciulla sognante, una Bambina col parasole dalle calde tinte, una Bimba in azzurro coronata di fiori, una Donna nel paesaggio nel respiro della natura […]

(dal catalogo 2002 della mostra "Ritratti 1927-1942")

Ritratto nello studio, 1939 olio di Michele Dixit
1939 - Ritratto nello studio di via De Spuches che Dixit condivise con lo scultore Giovanni Rosone, del quale si intravede sullo sfondo una scultura in marmo
Autoritratto nello studio olio di Michele Dixit
Autoritratto nello studio di via De Spuches dipinto da Dixit nel 1942, prima della partenza per il fronte iugoslavo

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Anna Maria Ruta

Michele Dixit e l'Accademia di Belle Arti di Palermo
I termini "Accademia", "accademico" sono normalmente sinonimi di conservatorismo, di mancanza di originalità progettuale e di intenzionalità propositive, predominio, invece, di tecnicismi, oggetto, specialmente da parte delle avanguardie di ogni tempo, di derisione e di violenta opposizione: i futuristi, e non solo loro, volevano distruggerle, con i musei e le biblioteche. Eppure, specialmente quelle di Belle Arti, sono state, e in parte ancora sono, crogiuoli di solida formazione, punti di incontro e di dialogo di maestri e di artisti in erba, che là imparano il mestiere, si scontrano, si confrontano, esplodono artisticamente talora. E' naturale che anch'esse subiscano l'alterno susseguirsi di periodi più felici e di altri di stagnazione delle idee e di assenza di presenze stimolanti, ma quando si incappa nella stagione d'oro, l'Accademia è insostituibile per crescere.
Michele Dixitdomino ha vissuto buona parte della sua vita all'interno dell'Accademia di Belle Arti di Palermo, prima da studente - dal 1927-28, anno in cui aveva conseguito la Maturità al Liceo Artistico, al 1931- e poi, per quarantun anni, dal 1936 al 1977, in qualità di docente amato, rispettato, seguito.
Si è, quindi, naturalmente confrontato con diverse generazioni di artisti, da cui ha appreso, a cui ha dato, con cui è insieme cresciuto. E sono stati, questi anni di sua frequentazione, tra i più fervidi della vita dell' Accademia palermitana, anni alla cui presidenza e direzione si alternavano maestri come Ernesto Basile, Archimede Campini, Antonio Ugo, Pippo Rizzo e in cui aveva lasciato il segno, nel 1927, la visita ministeriale per una verifica didattica di Casorati, Clerici e Wildt, tre inconfondibili, se pur diverse, personalità di artisti, di cui si dovette parlare a lungo nei corridoi e nelle aule.
La sua formazione si matura tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, in un momento di felici collisioni, nel mondo artistico palermitano dominato da un certo eclettismo, di istanze diverse, che stanno per imboccare, dopo le esperienze innovative del Liberty prima e del Futurismo dopo, percorsi apparentemente meno accidentati, recuperando l'attenzione verso un'arte naturalistica, pulita e limpida nei segni e nelle cromie, ma che nei veri artisti è attraversata sottilmente, con personali rielaborazioni, dagli insegnamenti delle precedenti sperimentazioni.[…]
Queste direzioni culturali, questi principi teorici sono, quindi, alla base della direzione didattica di Ernesto Basile all'Accademia, se è vero che hanno fatto risentire il loro influsso oltre i termini della sua stessa presidenza, in quegli anni Trenta e Quaranta, anni d'oro della Scuola, anni, come scrive Rita Sciacca, di "confronto con diverse esperienze culturali", di "geniale e sapiente dialogo", che alimentò e corroborò le facoltà creative innate di tanti giovani artisti della Palermo dell'epoca.
Dixit ha dovuto certo risentire nei suoi primi anni dell'influenza di una così carismatica personalità, da cui apprende soprattutto la volontà del rigore professionale e del continuo studio e la tensione verso il bello. Egli stesso ha sempre sottolineato la sua fortuna per avere studiato e insegnato all'Accademia "con maestri di grande spessore e fama".
Tra questi ci sono anche Ettore De Maria Bergler, che insegna all'Accademia dal 1913 al 1931, e Archimede Campini, che, di fatto, inizia il suo insegnamento nel 1936 (è anche direttore dell'Accademia nel 1938 e '39), ma che negli anni precedenti è docente di Scultura al Liceo Artistico e dirige la Scuola Libera del Nudo, tenendo dei corsi molto seguiti dagli studenti, tra cui Dixit stesso.
Da De Maria, che lo comprese a fondo e che lo definì "allievo prediletto" […], Dixit apprende la necessità di conoscere bene il mestiere, di sapersi creare una personale e inconfondibile gamma cromatica (il colore per lui era tutto nella pittura) e di saper alimentare la propria ispirazione facendola scaturire emotivamente da un autentico e sensibile rapporto con la natura. Ma l'apprendimento bergleriano egli lo rivela anche nei ritratti, nella loro impaginazione architettonica, nell'attenzione prestata agli occhi, all'intensità degli sguardi, nello sforzo di catturare attraverso questi la personalità: echi bergleriani li ritroviamo, ad esempio, nel bel Ritratto di Topazia del 1930 o nella Peonia del 1927, mentre gli manca forse quel luminoso e morbido plasticismo volumetrico, ancora tutto ottocentesco, che ne caratterizza le più belle immagini. Nei ritratti di Dixit, alla lezione del De Maria si mescola, infatti, quella più moderna del Novecento, con una maggiore fissità e staticità dell'icona, già a partire dall' Autoritratto del 1932 o dal Ritratto al balcone del 1933, assai vicino al segno solido e plastico di un Donghi, o ancora dal Ritratto nello studio del '39 .
Ettore De Maria Bergler lo stimola anche all'esercizio dell'affresco, una passione connaturata in Dixit ed ereditata dal padre decoratore: d'altra parte, chi meglio di De Maria poteva capirlo in questa tensione a confrontarsi con l'ampia dimensione delle pareti, tensione che Michele scaricherà, poi, nella decorazione di alcune Chiese della Sicilia? L'altro suo maestro è Archimede Campini, artista, come io stessa ho altrove sottolineato, di grande intelligenza e di vasta cultura, profondo conoscitore di tutta la migliore enciclopedia artistica italiana e sottile esploratore della struttura anatomica del corpo umano. Per alcune generazioni di allievi egli ha costituito la vera figura di maestro, che, socraticamente, con la sua originale maieutica, attraverso lunghe discussioni, riusciva a dimostrare l'errore e a inculcare il senso del disegno e del volume. Nel corso del suo insegnamento egli, quindi, ha trasmesso il mestiere e ha aiutato a trovare la strada a tanti giovani estrosi e creativi come Dixit, Rosone, Gianbecchina, Sgarlata, Manzo, Di Caro. […] Da lui, quindi, apprende la precisione del disegno, l'uso esperto della matita che sa far scaturire dalla pagina la vita, come la lezione classica insegnava, […] l'indissolubile legame con il naturalismo, sempre alla base della sua opera.
Negli anni Trenta e nei primi anni Quaranta, Dixit nell'Accademia vive a contatto con una pletora di stimolanti personalità artistiche, alcune di audaci novatori, altre calate nella tradizione che il Novecento alimenta , ma pur sempre con un taglio personale […] Non è attratto Dixit, in questi anni, dalle difficili e scandalose fratture dell'iconoclastia futurista, già per altro quasi esaurita a Palermo, quando ragazzo entra all'Accademia. Proprio questa vedrà poi la presenza del suo più significativo rappresentante, quel Pippo Rizzo, titolare della cattedra di Pittura dal 1933 al 1939 […] , Direttore dell'Accademia stessa dal 1936, organizzatore e segretario delle prime importanti mostre del Sindacato fascista di Belle Arti di Sicilia, che accolgono il meglio della produzione artistica di quegli anni. Dixit partecipa a tutte le Sindacali dalla III (1932) in poi, e attraverso Rizzo ha certamente possibilità di conoscere e frequentare, anche se all'esterno dell'Accademia, i giovani emergenti del cosiddetto "gruppo dei Quattro", soprattutto Lia Pasqualino Noto, di cui affiora il ricordo nelle modalità arboree di certi paesaggi siciliani e liguri di Dixit, quelli di Moltedo ad esempio della prima metà degli anni Quaranta. Così come in certe nature morte con peperoni e limoni o anche in altre opere degli anni cinquanta emerge l'attrazione verso Guttuso.[…] La guerra allontana Dixit dall'Accademia; il suo rientro avviene nel '45 , in pieno clima neo-realista, di impegno politico e sociale anche nell'arte, che non riesce ad imbrigliarlo e coinvolgerlo, forse proprio per le drammatiche vicende belliche vissute in prima persona […] All'Accademia egli lascerà […] in eredità la memoria della sua compatta e seria personalità di maestro e di artista, amante del proprio lavoro, corretto, impegnato, punto di riferimento per molti, sia sul piano umano sia sul piano professionale.

(dal catalogo 2002 della mostra "Ritratti 1927-1942")

Michele Dixit all'Accademia di Belle Arti di Palermo
Accademia di Belle Arti di Palermo (Dixit in alto a destra)
Michele Dixit al Liceo Artistico di Palermo
Dixit con allievi del Liceo Artistico, 1949
olio di Michele Dixit
Ritratto di Alba Levante, 1934
La lettura olio di Michele Dixit
La lettura, 1939
Michele Dixit con alcuni allievi dell'Accademia di Belle Arti a Palermo
Dixit con alcuni allievi dell'Accademia di Belle Arti nel 1952

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